Quando si parla di alimentazione, gli italiani mettono in gioco una delle componenti culturali più fortemente caratterizzanti la propria nazionalità: nel Belpaese il convivio viene infatti concepito come qualcosa di “quasi sacro”, ma l’atteggiamento nei confronti del cibo come bene non è sempre sufficientemente rispettoso. spreco

Quante volte dando una cena con amici si viene assillati dal dubbio di aver preso cibo a sufficienza? Di regola poi ci si ritrova con una serie di avanzi che basterebbero per tutta la settimana successiva: una sfilza di piatti che l’ospite – satollo – proprio non ce l’ha fatta a mandar giù. E che, purtroppo, con tutta probabilità finiranno nella spazzatura.

Strafare per stupire

Il punto su cui riflettere è che si potrebbe essere ottimi padroni di casa senza dover per forza offrire banchetti nuziali: oggigiorno siamo ormai abituati ad un’accessibilità di cibo così ampia che l’eccedenza non viene più considerata un triste effetto collaterale, quanto piuttosto una sua naturalissima conseguenza. In Italia vengono infatti sprecati circa 65 chili di beni alimentari all’anno a persona: un dato monstre che probabilmente dovrebbe far pensare che non è poi così naturale buttare nell’immondizia gli spaghetti avanzati il giorno prima o un pomodoro colpevolemente marcito nel cassetto del frigorifero.

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Secondo un’indagine Coldiretti/Ixè, la family bag (quel contenitore da riempire con le pietanze avanzate al ristorante e di cui non molti conoscono l’esistenza), è apprezzata solo dal 36% degli italiani: tante persone reputano infatti che tornare a casa con ciò che non è  stato consumato sia cosa “da poveracci”, ed esattamente come nel caso di una cena eccessiva ci si trova davanti ad un comportamento dettato non dal buon senso, ma da una sorta di orgoglio “malato”.

Un intero mondo che soffre la fame

Nel frattempo, 795 milioni di persone (una su nove!) non dispongono di nutrimento sufficiente al proprio sostentamento.

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Lo spreco alimentare, però, non è fenomeno inconsueto neppure nei paesi meno sviluppati, dove a causa di inadeguate condizioni di igiene, conservazione e trasporto, un’enorme quantità di alimenti si deteriora prima che possa essere consumata.

Nel cosiddetto “Nord” del mondo, invece, della disponibilità alimentare si dovrebbe fare tesoro e di non abusare, considerando poi che la maggior parte degli sprechi avviene proprio tra le mura domestiche. Le scelte di ogni giorno non sono eventi isolati, bensì rientrano in un impianto culturale più ampio: non è però necessario stravolgere le abitudini, quanto piuttosto diventare consapevoli del fatto che certi comportamenti hanno ricadute importanti sul sistema nel suo insieme.

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La legge 166-2016 contro lo spreco alimentare (ma non solo)

Il 14 settembre 2016 nel nostro paese è entrata in vigore la legge n. 166/2016 (GU 30 agosto 2016): pensata per limitare gli sprechi riducendo i rifiuti in ciascuna delle fasi (produzione, trasformazione, distribuzione e gestione), regola la donazione di prodotti alimentari e farmaceutici.

Il testo mette in evidenza alcune priorità da perseguire:

  1. Promuovere il recupero e la donazione di eccedenze alimentari e/o prodotti farmaceutici a scopo di solidarietà;
  2. Contribuire a limitare gli impatti negativi sull’ambiente e le risorse naturali, riducendo la produzione di rifiuti e promuovendo il riutilizzo e il riciclaggio per estendere il ciclo di vita dei prodotti;
  3. Informare e rendere maggiormente consapevoli i consumatori (in particolare i più giovani) della problematica;
  4. Contribuire alla riduzione dell’ammontare di rifiuti biodegradabili inviati in discarica (secondo gli obiettivi fissati dal “Piano nazionale di prevenzione dei rifiuti alimentari” e dal “Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti”).

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In accordo alla legge, le merci adatte al consumo umano vanno destinate ai cittadini più poveri, mentre le restanti possono essere utilizzate per il consumo o il compostaggio degli animali: rientrano nell’elenco prodotti alimentari e agricoli invenduti o scartati dalla catena di approvvigionamento (per ragioni commerciali o perché prossimi alla data di scadenza) e quelli che abbiano superato la data di durata minima (sempre che ne vengano garantite l’integrità dell’imballaggio e le condizioni di conservazione).

I comuni, infine, hanno la facoltà di applicare una riduzione sulle imposte previste per i rifiuti a tutte le realtà che aderiscono all’iniziativa.

La necessità di una pianificazione “etica”

Noi “ricchi” non possiamo permetterci di dare per scontato il cibo di cui disponiamo: tale maturità deve nascere non solo da una considerazione etica (2 miliardi di persone potrebbero essere nutrite con il cibo che viene sprecato globalmente ogni anno, pari a circa 1,3 miliardi di tonnellate) ma anche da una analisi economica, visto che – letteralmente – si buttano via 12,5 miliardi (12.500.000.000€!!!) di euro all’anno solo per gli sprechi alimentari.

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Al giorno d’oggi è indispensabile una sensibilizzazione sul tema, così da mettere al primo posto il rispetto delle risorse, e non – tanto per dire – il risparmio di pochi centesimi per l’acquisto di “confezioni convenienza” che superano le reali esigenze di sostentamento.

JUPE E PENNY

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