Parte 1 – L’amore come utopia

Una donna muta, una di colore, un amico gay e un colonnello razzista

Baltimora. 1962. Una donna delle pulizie, Elisa Esposito, lavora all’OCCAM, centro di ricerca aerospaziale. Elisa vive da sola in un appartamentino, sopra una sala cinematografica. Il suo vicino di casa, Giles, è il suo migliore amico. Condividono la passione per i musical di Hollywood e a volte, davanti alla tv, improvvisano passi di tip tap. Lei è muta, lui è gay. Per comunicare, si avvalgono della lingua dei segni. La collega preferita di Elisa si chiama Zelda, è sovrappeso ed è di colore. Il laboratorio governativo è da poco passato sotto il controllo del colonnello Strickland. shape

“Non hai fratelli? È insolito per la tua gente”, chiede l’odioso militare a Zelda durante un colloquio, sottintendendo la presunta tendenza degli afroamericani a figliare come conigli. “Dio sarà più simile a me che a te”, aggiunge. E il cognome italiano Esposito è un altro bersaglio facile facile per le sue insinuazioni: “Esposito non significa orfano?” Effettivamente la protagonista femminile di The Shape of Water, film che è valso a Guillermo Del Toro il Leone d’Oro all’ultimo Festival di Venezia, fu trovata nell’acqua, vicino a un fiume. Da bambina qualcuno le tagliò le corde vocali.

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…ma l’amore vince su tutto!

Dall’acqua viene anche la creatura, un mostro catturato da Strickland in Amazzonia durante una spedizione. Sono gli anni della guerra fredda e un essere ibrido, in grado di vivere sia nell’acqua che sulla terraferma, può costituire un’arma a sorpresa contro il nemico. L’obiettivo, infatti, è studiarne le caratteristiche. La creatura non è remissiva, e alla prima occasione stacca due dita dalle mani del colonnello, che da quel momento prova un piacere sadico nel torturarla. Elisa scopre presto la presenza dello strano essere. Cosa può accadere, in una favola, tra una ragazza sola e disagiata ed un mostro dalle fattezze umanoidi, strappato alla natìa foresta amazzonica da crudeli uomini in divisa? Risposta corretta: si innamorano.

Il regista Del Toro (La Lettura N.322) ha così illustrato le motivazioni della pellicola: “Per me è qualcosa di molto semplice da spiegare: io ti vedo. Mi riconosco in te. E prendiamo uno la forma dell’altro. Il titolo viene da lì, l’acqua è l’elemento più forte, è malleabile e può diventare potente come la roccia. Prende forma dall’oggetto che la ospita. Come l’amore. Non conta l’ideologia, puoi amare qualcuno di un’altra religione, del tuo stesso sesso, di un colore di pelle o etnia diversi. O un mostro. Quando ti innamori, ti innamori e basta”. La data di uscita in Italia non è casuale: 14 Febbraio, giorno di San Valentino. Tutto chiaro?

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La risposta a Trump di un messicano di successo

La forma dell’acqua è un film visivamente molto bello, come lo sono alcune precedenti opere del regista messicano, in particolare La spina del diavolo del 2001 e Il labirinto del fauno del 2006. La sequenza subacquea è un finale di sicuro impatto, onirico e surrealista. Impeccabili le recitazioni di Sally Hawkins (Elisa), Richard Jenkins (Giles), Octavia Spencer (Zelda), Michael Shannon (Strickland) e, su tutte, quella di Doug Jones, imprigionato nel corpo della creatura.

Tuttavia, non è del film in sé che vorremmo parlare, degli indubbi meriti stilistici e di scrittura, ma di ciò che esso rappresenta anche alla luce della premiazione al Festival e degli altri riconoscimenti ottenuti ovunque nel mondo, comprese le tredici candidature all’Oscar. Del Toro ha puntualizzato perché abbia voluto collocare il film “nell’epoca d’oro della storia americana”, quando il Sogno della Nuova Frontiera (New Frontier) era ancora vivo ma già vacillava sotto i colpi del razzismo strisciante e dell’intolleranza diffusa, “tutti problemi che esistono ancora adesso”: Shape of Water punta ad essere “un antidoto al cinismo”. In altre parole, è l’ennesima risposta culturale a Trump, il prodotto di un messicano di successo che con le sue opere cinematografiche è diventato un simbolo del cinema gotico contemporaneo. Non c’è muro, questo è il messaggio implicito, che possa contenere la creatività e le idee. Se queste funzionano, arrivano ovunque.

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Un mostro umano contro un militare mostruoso

Ci sono anche contenuti espliciti, sui quali vale la pena soffermarsi. Innanzitutto, la creatura. È spaventosa ma non troppo, è selvaggia ma non abbastanza, è incapace di comprendere gli umani ma se trattata con rispetto si ammansisce, è anfibia ma anche umanoide. Non è qualcosa di orrendamente altro, non è distante da noi in modo irrimediabile. Non è un alieno, quanto, piuttosto, uno straniero. Ha poteri soprannaturali, come guarire le ferite o far ricrescere i capelli con il tocco della mano, talenti in cui si riconosce un tratto di empatia, un ponte tra la ferinità e l’uomo. La creatura entra nella sceneggiatura con un carico di salvezza, è redenta a priori. Per salvarla dalle grinfie del colonello Strickland si coalizzano tutte le minoranze: la muta innamorata, la nera grassona, l’omosessuale disoccupato.

Ovviamente vincono questi ultimi. Elisa si immedesima nel mostro e trascina tutti con sé. Al polo opposto, Michael Shannon, esempio didascalico del medio W.A.S.P. (White Anglo-Saxon Protestant), impersona il campione della destra fascistoide di ieri e di oggi. Una moglie bionda ad attenderlo a casa, sotto il sedere una Cadillac fiammante, che un concessionario d’auto gli vende con lo slogan “è la macchina per uomini del futuro”, un’arroganza sconfinata nei confronti dei sottoposti. “Voi siete quelle che raccolgono la merda e che puliscono il piscio”, dice alle donne delle pulizie interrogate sulla sparizione del prigioniero, per togliersi dalla testa l’idea che soggetti tanto inferiori a lui possano aver ordito un piano di fuga vincente. Viene in mente un racconto degli anni Cinquanta di Philip K. Dick intitolato Human Is. Cosa significa “essere umani”? Chi ha titolo per esserlo?

Nella seconda parte, cercheremo di capire se il sentimento liberal sulle minoranze sia diventato un messaggio politico utile e “spendibile” nel dibattito pubblico dell’era Trump.

ALEXEIN

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