Come già detto nel precedente articolo dedicato all’argomento, una rete si definisce “neutrale” quando non viene sottoposta a restrizioni arbitrarie: in parole povere, essa idealmente non deve creare alcuna discriminazione tra i vari servizi che offre all’utenza. Net Neutrality 2018

Il problema era già stato affrontato dalla Federal Communications Commission nel 2015: l’agenzia americana delle comunicazioni aveva infatti stabilito che Internet fosse e dovesse restare “neutrale”, perché chi fornisce una connessione non può discriminare il traffico in Rete assegnando velocità diverse o ponendo filtri arbitrari.

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In altre parole, si stabilì che la “neutralità” non potesse essere in alcun modo toccata perché garanzia di libertà. Purtroppo però da quella decisione molte cose sono cambiate: non ultima, è cambiata la presidenza degli Stati Uniti

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La “visione” repubblicana

Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, molte cose sono cambiate: anche lo scottante tema della “Net Neutrality” è stato riaperto, mettendo in discussione gli esiti raggiungi meno di tre anni or sono: secondo una certa parte politica – appoggiata dal presidente repubblicano – l’idea di creare “corsie  lente” per i siti che non possono pagare è tutt’altro che campata per aria.

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Ajit Pai (www.flickr.com/photos/usdagov/35290925806)

Le intenzioni di Trump si sono svelate pochi giorni dopo l’insediamento, quando nel gennaio 2017 ha nominato Ajit Pai presidente della FCC: Pai infatti è un avvocato ed ex manager di Verizon, e non ha mai nascosto di considerare la neutralità della rete come una limitazione imposta al libero mercato.

E’ lo stesso Pai ad aver riavviato il dibattito sulla legittimità di una vecchia norma anti-consolidamento risalente al 1975: introdotto per evitare che una sola proprietà concentrasse nelle proprie mani troppi canali informativi (giornali, radio e televisioni), secondo il legale di simpatie repubblicane tale vincolo sarebbe ormai superato in considerazione delle innumerevoli risorse attraverso cui l’utente può scandagliare ciascuna notizia (Google & Co., insomma).

I detrattori di questa liberalizzazione selvaggia insistono invece sul concetto che così facendo si lascerebbe spazio ai provider di favorire chi può pagare, ma il pericolo è che si finisca per zittire il dissenso, decidendo chi verrà ascoltato e chi no.

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Una democrazia in pericolo?

Nel fumetto Michael Goodwin suggerisce infine delle similitudini fra la Russia in mano a Boris Yeltsin sul finire degli anni ’90 e l’America odierna comandata da Trump: non volendo togliervi il gusto di scoprire il pericolo che il celebre autore intravede per la democrazia statunitense, vi invitiamo a leggere il suo nuovo lavoro. Tradotto in italiano e pubblicato come sempre in esclusiva su Capethicalism.

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