Origine del termine

La parola “Neoliberismo” nasce nel 1938 durante una conferenza internazionale svoltasi a Parigi: coniata da Alexander Rustow voleva indicare un pensiero capace di contrapporsi sia al liberismo classico che al collettivismo socialista: il primo impauriva perché era già chiara la consapevolezza che il mercato, se lasciato libero di agire, tende a disgregare piuttosto che a unire, minando le basi della coesione sociale; il secondo invece perché, sulla scorta di quanto evidenziato dall’economista di origine austriaca Friedrich Hayek nel libro “La strada verso la servitù” (1944), si temeva che un controllo totalitario da parte dei governi avrebbe potuto portare all’annientamento delle libertà individuali.

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Con la fine della Seconda Guerra Mondiale il mondo voltò volentieri pagina, cercando di dimenticarsi in fretta delle dittature che tanto dolore avevano provocato e organizzandosi per ridare una speranza alle nazioni sconquassate dal conflitto: in quegli stessi anni però, con notevole discrezione, il Neoliberismo prese piede presso diversi gruppi di potere. Silenzioso, ma efficace. E cambiò forma, allontanandosi da gran parte dei concetti pensati a Parigi.

Un deciso cambio di rotta a partire dagli anni ’70

Per circa trent’anni la società sembrò muovere verso un futuro caratterizzato da un benessere diffuso, ma quando scoppiò la crisi energetica del 1973 le teorie keynesiane vennero messe in discussione e, quindi, velocemente abbandonate; gli interventi radicali suggeriti dalla scuola monetarista di Chicago, presero piede inaugurando una nuova stagione: quella del Neoliberismo nella sua versione più “sfrenata”.

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Il pensiero economico riconducibile a Milton Friedman iniziò a guidare la politica dei più importanti paesi del mondo: i primi cui si deve fare menzione sono il presidente statunitense Jimmy Carter e il premier britannico Jim Callaghan, ma furono Margaret Tatcher e Ronald Reagan che diedero a tale ideologia una consacrazione definitiva: introdussero infatti nuovi paradigmi nella gestione della cosa pubblica e privatizzarono servizi che precedentemente erano sempre stati affidati ai governi statali. La concorrenza cominciò ad essere percepita come l’autentica base delle relazioni sociali, e ogni tentativo avverso prese ad essere considerato “nemico” del concetto stesso di libertà.

Come denunciano oggi due pensatori di grande richiamo quali Naomi Klein o George Monbiot, tutto questo però è successo senza che ci fosse una reale adesione democratica: i cambiamenti furono imposti a livello transnazionale e quindi accettati passivamente dalle popolazioni (spesso distratte da questa o quell’altra “crisi”) che sembrano quasi non essersene neppure mai accorte. Una sorta di involuzione culturale, un regresso secolare.

L’arricchimento del ricco a danno della collettività

Questo trend ha avuto nefaste conseguenze su gran parte delle nazioni, perché i tagli alla tassazione e la deregolamentazione hanno avvantaggiato chi già possedeva ingenti risorse, facendo aumentare enormemente la forbice tra ricchi e poveri (dato in assoluta controtendenza con quanto accaduto durante quasi tutto il ‘900): in parole povere, i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri ancora più poveri, perché ormai il capitale non si accumula (quasi) più con il lavoro ma attraverso strumenti finanziari. Guadagnando per mezzo del capitale stesso, insomma: in parole povere, “i soldi fan soldi e i debiti fan debiti”.

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Ognuno di noi è ormai classificato, in primis, come “consumatore”, e in quanto tale considerato libero di scegliere in maniera democratica che cosa fare della propria esistenza: peccato che sulla capacità di spesa il mondo si frantumi in numerosissime categorie che si percepiscono avversarie le une con le altre. Chi può e chi non può. I ricchi e i poveri.

L’accettazione di un concetto inaccettabile

Nonostante sia conclamato il fatto che il Neoliberismo è ingiusto per definizione perché premia chi le risorse le ha già, il paradosso è che sia passato il concetto che la libertà premi chi è più virtuoso, relegando al ruolo di “sconfitto sociale” chi invece virtuoso non è stato capace di esserlo: una sorta di teoria evoluzionistica in chiave economica, secondo la quale otteniamo qualcosa solo se ce lo siamo meritato. Il ruolo guida dei paesi anglosassoni risulta in questo determinante: la mentalità protestante infatti porta con sè il concetto che il successo sia un premio che arriva direttamente da Dio, mentre nella morale cattolica “chi fa soldi deve vergognarsi”.

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La conseguenza più immediata è il convincimento da parte di chi possiede ricchezza di avere ottenuto a pieno diritto questo vantaggio; così facendo però si semplifica il ragionamento, perché non si prendono in considerazione tutti quei privilegi (quali la provenienza sociale, il patrimonio familiare, le possibilità di studiare o di curarsi, etc) che sono determinanti nell’indirizzare la vita di ciascuno di noi in una direzione piuttosto che in un’altra; manca insomma la consapevolezza da parte del mondo occidentale di non avere merito alcuno nell’essersi trovato nella condizione di perpetuare (forse) all’infinito tale condizione.

Allo stesso modo, il povero si sente quasi colpevole della propria situazione sebbene poco o nulla possa fare per cambiare: tale sentimento in ogni caso, non gli impedisce di “ribellarsi” allo status quo, cercando la fuga da una vita di stenti e di sofferenza. E’ ciò che sta accadendo oggi: masse di disperati che muovono verso i paesi ricchi nella speranza di poter assaggiare anch’essi una “fetta di torta”.

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Qualunque tentativo di costruire una società più equa viene però percepito dai sostenitori del Neoliberismo come qualcosa di sbagliato e contrario al progresso, e per tale motivo strenuamente combattuta. Che si deve fare, dunque?

Le possibilità della politica e l’impegno di ciascuno di noi

Ai nostri giorni ormai, la politica è entrata in una profonda crisi: i governi nazionali (ma anche molte delle loro rappresentanze locali) hanno perso l’autorità che avevano un tempo e si limitano ad imporre scelte a cittadini-sudditi sempre più sfiduciati. Questo si ripercuote anche sul voto, che ha perso importanza perché quasi completamente svuotato del proprio valore di scelta.

La speranza è che possa nascere un sentimento che guidi le scelte della politica nel configurare un sistema economico che risponda alle esigenze della società odierna, dove si riesca a conciliare il capitalismo con una visione etica degli affari, superando quegli egoismi che portano allo sperpero di risorse che potrebbero invece aiutare molto le popolazioni più povere e disagiate.

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