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Neo abitabilità per gli homeless: una strada percorribile?

Nelle grandi città, in ogni epoca e zona del globo, si trascinano problemi legati alla marginalità sociale che i processi di urbanizzazione comportano: i centri urbani, le stazioni, i portici delle vie lussuose, sovente diventano i luoghi in cui alloggiano schiere di homeless lungo i marciapiedi, esponendo così la città stessa al contrasto tra il lusso più sfrontato delle zone abitate dall’upper class con la miseria più estrema che le fa da coinquilina.

È interessante notare che tra ricchezza e povertà reale esista una sorta di rapporto dialettico che pur distanziando i due estremi li mantiene sempre in vicinanza: i più indigenti non li si trova nelle periferie ma nelle zone dove gira maggiore ricchezza.

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La politica si è sempre interessata al fenomeno, nel tentativo di gestire il problema ma senza mai proporre delle risposte risolutive, e adesso che le spinte migratorie in area europea sono più accentuate e continuative il rischio di un acutizzarsi della povertà urbana e dei senzatetto diventa reale.

Una moltitudine di contributi architettonici e artistici

Parallelamente al fenomeno urbano degli homeless, da alcuni architetti e designer provengono possibili idee risolutive al problema delle abitazioni per i più poveri. Gli esempi a riguardo non scarseggiano, basta fare una breve ricerca su Google per rendersi conto di quante idee di questo tipo siano state pensate e realizzate. Per citarne solo alcune:

  • la compagnia slovacca Gregory Ad Solution ha progettato delle case per senzatetto inserite in una struttura tra cartelloni pubblicitari;
  • a San Francisco sono state immaginate le MicroPAD, delle soluzioni abitative composte da materiali prefabbricati pensate modularmente per essere potenzialmente componibili tra loro;
  • a Londra l’architetto James Furzer si è inventato delle case adesive, sorta di abitazioni-capsula incollabili sulle pareti dei palazzi.
  • in territorio italiano, l’artista Maurizio Orrico e il critico d’arte Vittorio Sgarbi hanno lanciato delle “case d’artista”, costruzioni scomponibili e trasportabili fatte con un tipo di cartone resistente all’acqua.

Questi sono solo alcuni esigui esempi, ma l’idea di fornire in modo diffuso dei tetti per i non abbienti piace molto e ciclicamente viene riproposta (e talvolta anche realizzata) sotto forma di progetti diversi.

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Quali vantaggi possibili?

Se si osservano nella loro immediatezza queste iniziative possono apparire giustamente positive e potenzialmente benefiche a livello sociale. Le motivazioni che spingono al moltiplicarsi di modalità creative e innovative di pensare l’abitabilità risultano del tutto ragionevoli, e in esse si può intravedere innanzitutto una finalità etica: il venire incontro ai bisogni delle masse disperse dei più poveri che in futuro potrebbero aumentare (si pensi a fattori determinanti come i processi migratori e l’aumento della popolazione globale). In questo scenario l’architettura e il design si interrogano su come poter sopperire ai bisogni emergenti che tali processi trasformativi comportano.

Un secondo intento si gioca sicuramente sul piano economico: la necessità di riuscire a intraprendere una strada che aiuti ad affrontare i problemi abitativi comporta dei costi che in genere pesano sulle casse pubbliche, così le soluzioni pensate si presentano come poco dispendiose nella loro realizzabilità.

Altri motivi riguardano l’impatto ecologico: spesso queste unità abitative vengono ideate ad impatto zero sull’ambiente, perché pensate secondo un principio di autosostenibilità energetica; si tratta inoltre di progetti “leggeri” in cui le strutture sono mobili, e quindi trasportabili, trasformabili, assemblabili secondo il concetto di modularità.

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Quali limiti riscontrabili?

Ad uno sguardo più attento non sfuggiranno però le contraddizioni che un tale entusiasmo per l’abitabilità creativa comporta. Non è difficile accorgersi che progetti come questi non mancano, e regolarmente se ne vedono nascere di nuovi presentati in mostre, centri di ricerca e fiere; allo stesso modo non è complicato rendersi conto che molte volte queste idee rimangono solo dei bei progetti o dei prototipi (che magari trovano anche un impiego ma circoscritto). La mancata realizzazione di questi progetti può suscitare un dubbio, ossia che talvolta essi siano più utili al nome dell’autore – che circola per le riviste e i siti del settore – piuttosto che ad un reale impatto sulla vita degli homeless.

Se si vuole veramente arrivare al nocciolo della questione, il maggior problema di queste iniziative figlie della “cultura del design” consiste nella mancata volontà di affrontare il problema della povertà urbana: oggi è molto diffuso l’entusiasmo per le soluzioni smart e per tutto ciò che è 2.0, ma anche questa tendenza porta con sé una dose malcelata di autoreferenzialità narcisistica che non aiuta a soppesare adeguatamente il problema e a guardarlo negli occhi.

La povertà è un prodotto sociale, ma la parte di società “forte” non pare intenzionata ad assumersi seriamente il compito di aiutare la debolezza che essa stessa produce: chi vive il problema dell’abitazione ha bisogno realmente di una casa, e non di soluzioni facili inaugurate col taglio del nastro. Si è smesso di parlare di edilizia popolare per lasciare molto più spazio ai discorsi possibili dei creativi: l’atteggiamento di fondo è tipicamente caritatevole e pietistico, non risolutivo.

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La volontà di miseria

Riprendere dei discorsi reali che mettano al bando una volta per tutte la povertà dalle realtà urbane implica degli investimenti e un impegno a lungo termine che non sempre sono in linea con le politiche del cemento, più concentrate alla costruzione verticale di grattacieli e di abitazioni rivendibili con guadagni esorbitanti: queste iniziative – per quanto possano risultare potenzialmente utili – non consentono di farsi carico in modo serio delle problematiche sociali di fondo ma funzionano più come “tappabuchi”, rimarcando ancora la contraddizione in cui la classe ricca (che consente il mantenimento della povertà nelle proprie città) presenta prototipi nelle varie biennali triennali e quadriennali, innalzandoli come trofeo fintamente risolutivo per la povertà che essa stessa produce.

PIE

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1 Comment

  1. Giancarlo

    Il povero non può vivere in periferia dove non ha nessuna occasione di sostentamento, non può vivere in ghetti come i campi rom dove oltre alla mancanza di sostentamento si favorisce la socialità criminale, non può vivere sotto i portici dove ottengono solo il sostentamento ma non la dignità. Allora che fare?

    Le mense dei poveri danno una soluzione parziale ma già efficace, perché affrontano anche la dignità dell’uomo.
    Penso che il grado di civiltà a cui siamo arrivati richieda soluzioni molto più grandiose. Perché non imporre a chi costruisce grandi edifici di dedicare parte di questi ai senza tetto? Ritengo controproducente grandi dormitori o appartamenti, meglio piccole strutture di pochi posti in cui sviluppare la socialità e la convivenza, l’auto gestione ovviamente con sostegno esterno di medici, psicologi, assistenti sociali.

    In Asia i pensionati poveri vivono in grandi strutture dove ognuno ha 2 o 3 metri quadri dove vivere e mangiare con bagni comuni, e anche se le ritengo strutture esagerate e ghettizzanti, hanno una loro dignità.
    E’ arrivato il momento di pensare che una piccola cantina dove possono vivere una decina di persone selezionate per compatibilità caratteriale con pochi essenziali servizi sia la giusta soluzione per riservatezza, dignità e libertà del senza tetto? Tutti dobbiamo proporre soluzioni, più idee si propongono più possibilità nasceranno, più convinceremo i legislatori ad agire; La mancanza di azione è la piaga di questa società.

    Ricordiamo che tutti possiamo cadere in quella situazione, basta un terremoto o una forte depressione o semplicemente la perdita del lavoro.

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