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L’amico americano: intervista esclusiva con Michael Goodwin, autore del bestseller “Economix”9 min

Yuan ed io conosciamo Michael Goodwin un venerdì mattina nel centro di Roma: gli è piaciuta la recensione che abbiamo dedicato al suo Economix e ci ha fatto il regalo di un incontro durante una breve sortita in Italia con la fidanzata californiana Stephanie. Conversiamo piacevolmente davanti ad un thè caldo.

L’intervista esclusiva

Penny: Buongiorno Mike.

Michael: Buongiorno a voi. Vi avverto che la mia scorta giornaliera di cose intelligenti potrebbe essersi già esaurita.

Penny: Nessun problema! Anzi, grazie per aver accettato di incontrarci. Vogliamo dirti subito che il tuo libro ci piace molto: in realtà però non siamo i soli, perché ha venduto tantissimo… ti saresti aspettato un successo simile?

Michael: Veramente all’inizio non sapevo che cosa aspettarmi: una volta scritto non sapevo più neanche se fosse un buon libro! A volte pensavo “diventerà un bestseller “, ma in altre mi dicevo “venderà duecento copie e poi sarà dimenticato”. E’ un oggetto strano, e le stesse librerie non sanno bene in quale scaffale metterlo…

Credo la verità stia nel mezzo: il libro è un bestseller del New York Times, ma nella categoria “Graphic Novel” (che è piuttosto scarna): quindi non è stato un successo planetario, ma almeno posso dire che è un besteller del New York Times! L’unica realtà in cui ha davvero avuto fortuna è stata la Francia: i francesi lo adorano.

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Penny: L’economia è generalmente considerata materia difficile – soprattutto dall’utente medio – e quindi più adatta agli esperti: quale potrebbe essere stato il segreto di tanta popolarità?

Michael: Il segreto è non ascoltare gli esperti! Il problema non è la spiegazione in sé, ma ciò che viene spiegato: l’economia sembra inaccessibile perchè tratta cose che sembrano non avere senso; potrete quindi imparare delle nozioni, ma non capirete un granché di come funziona davvero. Personalmente penso che questa disciplina non sia – per esempio – come la fisica, perchè non ha dei veri e propri principi: suggerisce piuttosto dei modelli… Dal canto mio spero dunque di essere almeno riuscito nell’intento di “raccontare una storia”.

Penny: Noi crediamo che tutti dovrebbero conoscere almeno le basi dell’economia: sapere come funziona il sistema è la chiave di un’esistenza migliore… sei d’accordo?

Michael: Dipende da che cosa si intende con “esistenza migliore”: molti mi chiedono informazioni su come gestire le proprie finanze, ma al riguardo non sono più informato di altri; voi forse volete dire “un’esistenza migliore per tutti”… allora sì, assolutamente! L’unica speranza è che un numero abbastanza grande di persone capisca che cosa gli accade attorno, e sappia abbastanza di economia da non farsi “fregare” quando va a votare…

Penny: Quindi suggerisci di studiare un po’ di economia prima di andare alle urne?

Michael: Certamente! Occorre informarsi prima di fare scelte politiche: le decisioni economiche di ciascuno non sono poi così importanti come ci piace credere – ma moltissime decisioni politiche hanno anche forti ricadute economiche. Quindi sì, assolutamente!

Ora come ora, negli USA c’è molta gente arrabbiata che si sta chiedendo come mai l’America non sia più così forte, e la risposta è che negli anni ’80 abbiamo eletto un attore (Ronald Reagan); poi è stato eletto George W. Bush, e lui praticamente ha consegnato larghe porzioni di Stato in mano ai ricchi. Ora questa gente “arrabbiata” ha eletto Donald Trump… che farà la stessa identica cosa dei suoi illustri predecessori! La gente non sempre capisce bene e sublima il proprio desiderio di cambiamento in un vago sentore… Avete presente la Brexit? Tutti quei tizi che dopo aver votato si sono messi a cercare in Google: “Ma che cos’è l’Unione Europea?” …avrebbero dovuto cercarlo prima!

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Non possiamo parlare con questa gente illudendoci che capisca tutto e subito, perchè purtroppo gli essere umani sono molto diversi e complicati. L’unica cosa che possiamo fare è provare a spiegare la situazione ad un numero sufficientemente grande di persone nella speranza che almeno alcuni aprano gli occhi: non possiamo certo acchiappare ogni individuo e dire “Ehi, ascoltami!”.

Gli arrabbiati, in ogni caso, hanno ragione: il sistema è terribile, un pasticcio immenso, e abbiamo l’obbligo di cambiare. Occorre partire dalla consapevolezza che gli esseri umani sono dominati dalle emozioni, ed è proprio questo il nocciolo della questione americana: Donald Trump riesce a smuovere un sacco di persone, mentre Hillary Clinton no. Una parte di me capisce che il voto a Trump dà la garanzia di “scioccare” il sistema: questa cosa mi piace, e ne capisco l’attrattiva.

Stephanie: Non dobbiamo mai dimenticare che l’economia viene insegnata in modo neoclassico e razionale, e ciò ti porta a pensare che la tua situazione economica individuale sia un tuo problema esclusivo (o persino un tuo fallimento!): se sei disoccupato è colpa tua, non di un malfunzionamento del sistema. Secondo me, almeno negli USA, essere più informati potrebbe aiutare a capire che non si è soli, che il problema non riguarda solo il singolo individuo.

Penny: Ok. Ora, perdonate il narcisismo ma… che ne pensate del progetto Capethicalism?

Michael: Oh, mi piace! State portando avanti un discorso molto interessante nel tentativo di capire il mondo. Io non posso suggeririvi che cosa dire perchè non lo so: l’unica cosa è tentare di analizzare come funziona il sistema. Magari ciascuno di noi troverà alcuni pezzi del puzzle, e poi forse riusciremo a rimetterli insieme tutti.

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Penny: Gentilissimo. E della parola Capethicalism, invece? E’ un neologismo inglese pensato da un italiano, quindi… accettiamo pareri!

Michael: Oh, è un po’ strano ma trasmette il messaggio, il che è un’ottima cosa: ho dovuto leggerlo un paio di volte, ma ora mi è chiaro! Qualsiasi parola diventa naturale se viene usata, pensate per esempio a “Neoliberismo”: adesso ci abbiamo fatto l’orecchio, ma scommetto che chi l’ha inventata ha creduto fosse una parola strana…

Penny: Beh, l’autocompletamento di Google ha già registrato il termine, è questo un po’ ci rassicura! In ogni caso, il nostro desiderio più profondo non è la notorietà fine a se stessa, bensì incoraggiare chi vive nel mondo occidentale e benestante a riflettere sul proprio stile di vita: non pensi che la corsa all’accumulo sfrenato delle ricchezze abbia fatto dimenticare i veri valori? E’ troppo tardi per cominciare a pensare al benessere altrui, oltre che al proprio?

Michael: Io in realtà credo che la gente sia predisposta a prendersi cura degli altri: intendo dire che i nostri valori sono migliori delle nostre azioni, ma ciò è conseguenza di com’è impostato il sistema. Molti di noi, soprattutto negli USA, non hanno realmente voglia di inseguire costantemente il profitto personale, ma se non si hanno soldi allora non si ha neppure l’assicurazione sanitaria o la pensione, i figli non andranno in buone scuole etc etc… ciascuno però desidera queste cose! Il sistema ci rende molto insicuri perchè ci convince che se non ci adeguiamo si vendicherà: tutte quelle preoccupazioni, quindi, sono fondate!

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L’ideale sarebbe dare vita ad una società che ci permetta di agire secondo i nostri pensieri migliori: più gente agirà in questo modo, e più tali pensieri si rifletteranno nel mondo. E’ una cosa complessa: se passi la vita a preoccuparti esclusivamente di accumulare ricchezza per te e per la tua famiglia, alla fine diventi il tipo di persona che pensa solo a quello anche se all’inizio eri diverso; se però hai delle sicurezze e non sei sull’orlo del baratro (onestamente è proprio questa la situazione di molto statunitensi), allora puoi dedicarti agli altri.

Per esempio: io sono contento che il mio libro abbia avuto successo, ma mentre stavo scrivendo era chiaro che avrei guadagnato di più lavorando; sono riuscito a scriverlo proprio perché avevo un gruzzoletto da parte e quindi non dovevo preoccuparmi troppo, e la mia famiglia poi mi ha dato una mano. Prima di chiedere alle persone di preoccuparsi del mondo dobbiamo quindi metterle nella condizione di poterlo effettivamente fare. Sembra una questione senza soluzione, mi sono un po’ depresso.

Penny: Molta gente che non ha alcuna preoccupazione economica non sembra però preoccuparsi degli altri…

Stephanie: Molti studi hanno mostrato che le persone a basso reddito sono più disposte alla beneficenza: sono abituati a vivere condividendo (per esempio prendendosi cura dei bambini, cucinando pasti comunitari, pensando ai bisogni del proprio vicino), mentre i ricchi non hanno necessità di questo tipo.

Michael: Secondo me certa gente è semplicemente meschina.

Penny: Ah… Dunque non pensi che la situazione possa migliorare?

Michael: Il problema è che la nostra società oggi è programmata per tirar fuori i peggiori impulsi da ciascuno: certa gente è così di natura, e sarebbe meschina anche se fosse povera. La società tende a glorificare molte delle nostre caratteristiche peggiori e additare come vergognose quelle migliori.

Quando penso alle soluzioni mi accorgo che non si tratta solo di cose correlate all’economia: per esempio non bisognerebbe fare pubblicità rivolte ai bambini, perchè altrimenti diventeranno adulti che dicono solo “voglio voglio voglio!”; gli psicologici spesso ricordano che i bambini un tempo dicevano frasi tipo “da grande farò il dottore, il pompiere o l’astronauta”, mentre ora dicono solo “voglio diventare ricco!”. Non è colpa loro… sono bambini! C’è qualcosa che li fa diventare così, e siamo noi a tirar fuori quei sentimenti.

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Si tratta di problemi complessi, ma dobbiamo ricordarci che qualsiasi piccolo cambiamento avrà ripercussioni positive.

Penny: Un’ultima domanda: che consigli ci daresti per cercare di raggiungere un pubblico sempre più vasto?

Michael: L’unico consiglio che posso darvi è quello di pubblicare parecchio: sempre curando gli articoli come già fate, ma non lasciando diventare questa come l’unica priorità. Lo dico perché è proprio quello che non succede sul mio blog personale: personalmente posto una volta ogni morte di papa… so che nessuno ci fa caso, ma si vede sempre lo stesso articolo!

Il modo migliore per capire, in ultima analisi, è scrivere: io non mi sono certo svegliato un giorno pensando “ho capito tutto!”, ma proprio mentre scrivevo ho iniziato a capire. Se mi fossi limitato a pensarci, non avrei mai capito. La scrittura mi ha aiutato.

Penny: Grazie ragazzi. Buona permanenza a Roma e… “keep in touch!”

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Salutiamo Mike, che prima di congedarsi ci promette alcuni materiali inediti (li pubblicheremo sul sito non appena possibile): la certezza è quella di aver dato inizio ad un rapporto che per noi sarà fondamentale per far crescere il progetto Capethicalism. E che potremo provarci avendo a fianco il nostro nuovo amico americano.

PENNY E YUAN

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1 Comment

  1. Giuseppe B.

    Complimenti per l’intervista.

    E’ affascinante constatare che le persone di un livello così alto sembrino sempre tanto semplici, ma soprattutto che si dimostrino anche incredibilmente disarmanti e quasi ingenue di fronte ad argomenti di cui sono esperti indiscussi: questa umiltà di fondo li rende assolutamente speciali, innalzandoli al di sopra di tutti quei palloni gonfiati che paventano e sbandierano conoscenze che in realtà non possiedono.

    Michael Goodwin è riuscito a spiegare i concetti in modo chiaro ed elementare come solo pochi divulgatori professionisti sono in grado di fare: altri avrebbero iniziato a fare discorsi pomposi, complessi e incomprensibili.

    Ancora complimenti, Giuseppe B.

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