Negli ultimi anni si sta imponendo sempre di più, anche in ambiti umani molto disparati tra loro, la tendenza ad affrontare i problemi di natura sociale e relazionale in termini di “intelligenza emotiva”: questo concetto, formulato dallo psicologo Daniel Goleman nell’omonimo libro del 1995, viene utilizzato per designare quella competenza intellettiva che non fa presa sulle cognizioni ma sulla consapevolezza delle emozioni. Imparare a riconoscere e gestire, divenire consapevoli, controllare le proprie emozioni ma soprattutto quelle di chi ci sta intorno, aiuta le persone a migliorare la qualità delle interazioni.

Questa prospettiva viene adottata sempre di più anche in ambito aziendale dove migliorare la qualità delle relazioni umane diventa anche sinonimo di miglioramento in termini performativi e di profitto. L’interesse per la dimensione emotiva però non esula anche da altre forme di investimento che vanno al di là delle questioni legate alle reti di rapporti interni all’ambito aziendale.

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Il capitalismo delle emozioni

Nel testo “Il Capitalismo delle emozioni” (edizioni Franco Angeli, aa.vv.), viene messo a tema proprio la polivocità dell’uso consapevole delle emozioni in ambito economico, e ne risulta un quadro alquanto sfaccettato. L’intelligenza emotiva, si dice, può essere usata per migliorare i rapporti interni all’ambito aziendale, ma risulta uno strumento utile per comprendere anche i bisogni dell’altro e quindi spendibile nel business con l’esterno, nella costruzione di partnership, nel facilitare il rapporto col cliente, nel produrre reti.

Sembra in questi ultimi anni si sia scoperta una considerazione che all’apparenza può risultare ovvia: avere maggiore cura di sé e degli altri porta vantaggi anche nel mondo degli affari; in realtà quest’asserzione è tutt’altro che ovvia in ambienti dove per decenni si è promossa una cultura della massimizzazione del profitto ad ogni costo. Se siamo giunti a tali risultati è dovuto anche – e soprattutto – all’apporto che le scienze cognitive e sociali hanno saputo fornire ad ambiti che prima venivano considerati poco interessanti per un dibattito antropologico: eppure nel business, in ufficio, nei mercati, sono gli esseri umani – e non solo i numeri – i protagonisti che interagiscono e che si adoperano per costruire le diverse architetture affaristiche; per questa ragione pare inevitabile, al giorno d’oggi, il dover considerare le questioni di determinati ambiti partendo dalla base umana che li caratterizza, e concetti come “intelligenza emotiva” (Goleman), “cervello sociale” o “sinapsi sociale” (Cozolino), diventeranno sempre più interessanti per per i saperi legati all’economia. capitale emotivo

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L’emozione come merce

L’emozione diventa (o forse lo è da sempre) anche ciò attraverso cui si veicolano i prodotti: nel processo di smaterializzazione del prodotto, nella vendita di “oggetti immateriali” che spostano sempre di più il proprio baricentro verso la vendita di esperienze e nell’organizzazione degli eventi come forma-merce, risulta sempre più evidente la centralità dell’emozione come canale d’obbligo; la pubblicità fonda la sua forza sull’impatto emotivo, e si può giungere ad affermare con un ribaltamento di prospettiva che l’emozione stessa sia la merce vendibile, e che i prodotti materiali o immateriali venduti siano solo il ponte verso il raggiungimento di questo traguardo emozionale.

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Le emozioni: una possibilità o un rischio?

Uno sguardo che si voglia pronunciare anche sul piano etico deve dunque interrogarsi sia sugli aspetti positivi che su quelli negativi dell’uso consapevole delle emozioni: queste possono diventare la rampa di lancio verso nuove forme più sane ed armoniche del vivere, creando reti, collaborazioni e cooperazione, nel riconoscimento dei bisogni propri e altrui. Le emozioni possono però essere usate anche come potenti mezzi per indurre nuovamente bisogni superflui nelle persone, gestendo meglio il condizionamento dell’altro senza uscire da una logica di competitività esasperata.

Si vengono così a formare due prospettive nell’uso dell’intelligenza emotiva: una appartiene ancora al vecchio paradigma dell’aggressività e della crescita illimitata, l’altra ci apre a scenari nuovi che rompono il patto con le vecchie regole di sopraffazione reciproca e competizione perpetua. Sta a noi decidere dove collocarci. capitale emotivo

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