Nell’odierno scenario politico italiano ha ancora senso parlare di Sinistra e Destra? Dalla vox populi del web e dall’uomo medio molto spesso emerge con forza tale interrogativo, e diventa sempre meno raro imbattersi nell’opinione che questi concetti siano ormai superati: i discorsi estremisti sembrano ormai vivere relegati in un tempo che è solo l’eco di un ricordo distante. ismi

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Vale dunque la pena chiedersi se dimenticare la contrapposizione tra Sinistra e Destra abbia un fondamento di verità e possa essere una lettura attendibile per lo scenario odierno o se – all’opposto – occorra continuare ad utilizzare questa griglia concettuale per comprendere le dinamiche che animano la partecipazione politica di oggi.

Ha ancora senso parlare di Sinistra e Destra?

Non si può negare che i cambiamenti all’interno del panorama politico italiano degli ultimi due decenni siano abbastanza evidenti, essendo letteralmente scomparso dalla scena tutto un micropartitismo cui faceva riferimento quell’elettorato fortemente affezionato a posizioni ideologiche estreme ed irremovibili (specialmente a Sinistra). Dopo un periodo di ibridazione centrista, la Destra è invece riemersa in forma più blanda e populista, ma con una realtà punteggiata di organizzazioni extraparlamentari ed aggressive.

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A questo smussamento delle polarità ha contribuito l’entrata in gioco del M5S, che si è posto al di fuori di qualsiasi logica precedente. Lo scenario politico italiano ha visto così l’affermarsi di nuovi volti (una generazione di quarantenni che parlano un linguaggio diverso) e lo spostarsi nelle cosiddette “retrovie del potere” gran parte dei più noti “papaveri”.

La rottamazione del vecchio

Tutti questi mutamenti supportano l’impressione che ormai non abbia più senso aggrapparsi a dei sistemi concettuali da considerare obsoleti, e la giovane politica degli iperconnessi sembra voler superare l’antica dicotomia Sinistra-Destra: si fa leva sul fatto che il contesto storico sia mutato, e che sia giusto abbandonare il ‘900 e i suoi “ismi” (fascismi e comunismi in primis) che hanno prodotto tanta sofferenza in passato.

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A nostro avviso va però riconosciuto che – sebbene dei cambiamenti ci siano effettivamente stati – farla finita con il passato (giornalisticamente si direbbe “rottamare”) lascia aperti molti dubbi riguardo la sostenibilità di tale posizione.

Un imperativo categorico: chiudere con le ideologie

Il desiderio di chiudere con le ideologie sembra l’imperativo che spinge implicitamente questo nuovo gusto estetico per la politica: il termine “ideologia” ha assunto in toto una connotazione negativa, e al suo posto si auspica una politica basata esclusivamente sui contenuti.

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A tal riguardo viene da obiettare che possedere un’ideologia significherebbe quantomeno avere una visione del mondo, dei punti di riferimento: i contenuti tanto acclamati dovrebbero dunque scaturire proprio da una prospettiva cui si aderisce, e non essere la facciata (come sembra avvenire tuttora) per presentarsi all’elettore-spettatore nascondendo spesso logiche di coalizione e di potere.

Va poi sottolineato un aspetto non secondario della questione: la virginea (?) politica di oggi che vorrebbe scalzare il paradigma “Sinistra vs Destra” non spunta fuori dal nulla, ma nasce lungo il continuum storico di una realtà con cui crede di non dover fare più i conti; ciò accade proprio perché le persone si dividono sempre in maniera dicotomica – proprio come una Sinistra e una Destra – praticamente su tutte le tematiche che li coinvolgono da vicino.

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Anche se si rischia di passare per dietrologi, viene da chiedersi se il bisogno di andare oltre le storiche “partizioni” non supporti interessi specifici, capaci di proliferare su quella disaffezione politica nata dall’impossibilità di identificarsi in un ideale, piuttosto che una reale necessità fisiologica di superare ciò che è già stato.

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