Nel luglio del 1967, a Detroit, scoppiarono dei gravissimi incidenti tra la polizia e la popolazione nera, a seguito dell’irruzione delle forze dell’ordine nel club “Blind Pig”, un locale notturno non autorizzato e frequentato, appunto, da neri: la classica goccia che fece traboccare il vaso. Durante i mitici Sixties, il collante civile e sociale degli Stati Uniti fu messo a dura prova. I fattori scatenanti sono noti e storicamente accertati (per molti versi, perduranti tuttora).

La calda estate americana del 1967

Le diseguaglianze economiche, lo stato di degrado di molti quartieri, la povertà endemica delle periferie nei grandi centri urbani, il protrarsi della guerra del Vietnam, il destino di irrilevanza politica dei veterani tornati dal fronte, la scarsa rappresentanza istituzionale delle minoranze, la fine del progetto democratico della Nuova Frontiera, la repressione violenta delle istanze progressiste, l’intensificarsi del razzismo.

Kathryn Bigelow, regista, tra le altre pellicole, di Strange Days e di The Hurt Locker, ha tratto un film realistico e potente dai fatti accaduti all’Algiers Motel, così sconvolgenti da assumere una valenza simbolica particolare. Detroit, frutto della terza collaborazione tra Bigelow e lo sceneggiatore Mark Boal, esce nel cinquantenario degli scontri nella “città dell’auto”. Ben 43 persone persero la vita e alla fine si contarono quasi 1200 feriti.

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Il potere cerca sempre di imbrigliare i termini della realtà

Prima di addentrarci nel cuore del film, però, facciamo un salto ai giorni nostri. Metà dicembre del 2017. L’amministrazione americana di Donald Trump, attraverso una velina di stampo stalinista fatta circolare durante una riunione del sistema sanitario, proibisce l’uso di sette termini nei documenti ufficiali della Sanità pubblica: «feto», «transgender», «diversità», «vulnerabile», «diritto», «supportato da prove scientifiche», «basato sulla scienza». L’intervento orwelliano sul lessico tradisce il desiderio ultraconservatore di negare la realtà. O meglio, di costruirne una di comodo, evitando il ricorso a possibili appigli terminologici, ergo concettuali, perché mal si prestano a consolidare una specifica visione del mondo. Molti secoli fa i filosofi nominalisti avevano intuito che senza un accordo sui nomi sfugge anche la presa sulla cosa.

Ora, la domanda. Che legame c’è tra il diktat del Presidente Trump ed un film sull’America di cinquanta anni fa? Il punto è che Detroit non è solo un film esplicitamente votato alla denuncia del razzismo e del suprematismo bianco, è in primo luogo una drammatica disamina delle dinamiche perverse del potere. E potere significa innanzitutto rimozione e mistificazione, oggi come ieri.

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All’Algiers Motel si simula la realtà, ma la realtà irrompe

Ci sono vari momenti, nel film di Kathryn Bigelow, in cui la verità del confronto razziale emerge con nettezza. La città del Michigan è in fiamme. Agenti di polizia e riservisti della Guardia Nazionale pattugliano le strade, arrestano, sparano, e qualcuno passa il limite. Un poliziotto, Krauss, non esita a colpire un presunto sospetto alle spalle. Arriva la notte, e tutto sembra calmarsi. Dismukes, una guardia privata, è richiamata per far fronte ai saccheggi. Intanto, all’Algiers Motel si incrociano, casualmente, persone di varia estrazione e provenienza.

Greene, un veterano del Vietnam; Larry e Fred, componenti dei Dramatics, un gruppo R&B, a Detroit in cerca di un contratto discografico; Julie e Karen, due ragazze bianche (le uniche persone non di colore ospitate nel motel), e i loro amici, Carl e Aubrey. Immagini di violenza urbana irrompono nel chiuso delle stanze attraverso le televisioni. L’atmosfera tra le mura dell’Algiers si scalda. Si ritrovano tutti nella camera di Carl, a fumare erba e a commentare le notizie, mentre i due musicisti gironzolano attorno alle ragazze. Carl ha una pistola scacciacani e, per impressionare gli altri, la punta al petto di un amico simulando di essere un poliziotto bianco. Preme il grilletto, e l’altro si accascia, fingendo di essere morto. Uno scherzo di cattivo gusto? O, forse, una rappresentazione provocatoria della realtà?

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In Detroit la realtà e la finzione si scambiano i ruoli

Quando Carl punta la sua pistola a salve contro le forze della Guardia Nazionale schierate a qualche centinaia di metri di distanza, lo specchio si rompe. Dalla sua prospettiva è solo un gioco, un modo per terrorizzare i bianchi esattamente come loro terrorizzano i neri. Una vendetta fredda, senza la volontà di colpire sul serio. Sono spari falsi, ma la polizia li prende per veri. La pace virtuale dell’Algiers Motel si frantuma. L’albergo viene preso d’assedio, i poliziotti fanno irruzione e comincia il massacro.

Carl, il simulatore, è il primo a cadere. La realtà impone il suo contrappasso alla finzione. La vittima non ha nulla in mano, è inerme. Per giustificare la sua morte, Krauss, sbirro razzista e protagonista in negativo del film, gli piazza vicino un coltello. E qui, il ribaltamento dialettico è evidente: la finzione torna, imposta dal potere, e pretende di essere la vera e unica realtà. Il peggio, purtroppo, deve ancora venire. C’è una domanda, ossessiva, che riecheggia nelle urla dei poliziotti: “chi ha sparato?”. Vogliono sapere solo questo e, arrestato il colpevole, dichiarano che lasceranno liberi gli altri. La verità è che questa domanda deve rimanere senza risposta per consentire che l’orrore accada. La ricerca del colpevole è un pretesto per permettere che gli eventi scorrano in una certa direzione.

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“Ora tocca a te uccidere un negro”

Kathryn Bigelow ha messo in scena un gioco di specchi crudele. Gli ‘uomini di legge’ inscenano finte esecuzioni per estorcere la confessione dei presenti. Demens, un poliziotto fragile, viene incitato da Krauss: “ora tocca a te uccidere un negro”. ‘Negro’, un termine che evoca una precisa valutazione razziale e un’interpretazione gerarchica dei rapporti sociali. Demens risponde: “non so se voglio farlo”. E Krauss incalza: “certo che vuoi”. Demens non capisce bene le indicazioni del suo collega.

Cosa significa “uccidere”? È da prendere alla lettera? È un codice da decifrare? Mettiamoci nella sua posizione. La polizia sta cercando una pistola che non c’è, semmai esiste solo un suo simulacro, una scacciacani che nessuno ritroverà mai. L’affermazione disperata delle vittime, “non so chi abbia sparato”, consente ai poliziotti di perpetrare qualunque cosa in nome del ritorno all’ordine. I ruoli sono stabiliti a priori. Non è forse disgustosa le presenza di due donne bianche in mezzo un branco di “negri” (“Voi fate sesso con i negri, dovreste vergognarvi” dice Krauss a Julie e a Karen)? Quelle facce scure non sono di per sé un indizio di colpevolezza? Le pallottole sparate dalla finestra non hanno testimoniato ciò che già si conosceva, ovvero il lato criminale dei sospettati? Demens è il vero interprete della finzione realizzata: conduce Aubrey in una stanza e, dopo averlo interrogato senza ottenere nulla, lo uccide a sangue freddo.

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Se non lo vedi, non è mai esistito

La scena più importante del film riguarda il corpo crivellato di Carl. Le ragazze sono state portate in salvo da Dismukes e da un uomo della Guardia Nazionale. Nelle stanze dell’Algiers restano il veterano Greene (accusato da Krauss di essere un pappone e non un “vero” militare) e i due componenti del gruppo Dramatics, Larry e Fred. I poliziotti pongono una condizione: se vogliono tornare a casa sani e salvi, devono dire davanti a loro di non vedere alcun cadavere steso a terra. Anzi, le parole cadavere, morto, corpo ecc. sono omesse. “Non devi parlare di quello che hai visto qui… Che cosa vedi lì? Io non vedo NIENTE”. Greene e Larry cedono al ricatto, mentre Fred no, e per questo paga con la vita.

Ecco dispiegato, in tutta la sua maligna banalità, il potere. Solo il potere può costruire gabbie attorno alla realtà, togliendo di mezzo le prove, occultandole perché evidenti, sia che si tratti di azioni inconciliabili con la giustizia (il film della Bigelow), sia che i divieti riguardino elementi del linguaggio ideologicamente non allineati all’attuale assetto di governo (le censure dell’amministrazione Trump in molteplici campi). Detroit si conclude con l’assoluzione dei poliziotti incriminati. Il giudice accetta la tesi della difesa: durante le deposizioni in aula, nessuno dei sopravvissuti dimostra di aver visto effettivamente ciò che avveniva nelle stanze dell’Algiers Motel. In corridoio con i volti schiacciati contro i muri, convocati singolarmente nelle camere durante la mattanza, non potevano osservare. Kathryn Bigelow mostra il paradosso insito nell’atto di vedere. Non esistono sguardi neutrali. Chi detiene il monopolio della forza è in grado di manipolare perfino l’oggetto della visione.

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Ogni proibizione rende esplicito ciò che nasconde

Nel 2016 la casa editrice Codice ha tradotto per i lettori italiani il libro Tra me e il mondo di Ta-Nehisi Coates, scrittore nero originario di Baltimora, una sorta di autobiografia in forma di lettera indirizzata al figlio. Al centro delle riflessioni, c’è il corpo. “Così ora sai, se non l’avevi già capito prima, che alla polizia del tuo Paese è stata conferita l’autorità di distruggere il tuo corpo”. Non importa se questa distruzione è la conseguenza di uno sventurato eccesso di reazione. Non importa se è l’esito di un banale fraintendimento. Non importa se nasce da una regola assurda… Raramente i distruttori saranno chiamati a rispondere di qualcosa”.

Il corpo dei neri come elemento scandaloso, in sé. Lo stesso concetto è espresso nel recente romanzo dello scrittore nigeriano Igoni Barnett, Culo nero (Edizioni 66thand2nd), dove un abitante di Lagos vive la kafkiana esperienza di risvegliarsi bianco. Il potere può anche tentare di giocare con i nomi, bendarci gli occhi di fronte a un crimine, negare i cambiamenti climatici ed evitare che si parli di «feti» o «prove scientifiche», ma… non può nascondere le sue intenzioni. La proibizione evidenzia la paura di non saper affrontare l’emergenza, la diversità, le sfide inedite che le trasformazioni della vita ci pongono davanti. La realtà può essere manipolata, ma fino a un certo punto. Ci sono rivoluzioni inevitabili e cambiamenti epocali non rinviabili. Chissà, magari un giorno un nero diventerà Presidente degli Stati Uniti. O è già successo?

ALEXEIN

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