Forse non ci pensiamo, o se ci pensiamo rimuoviamo l’informazione nel lasso di tempo che intercorre tra un click e l’altro, ma le nostre preferenze vengono costantemente immagazzinate ogni qualvolta mettiamo, ad esempio, un “mi piace” su Facebook. O “postiamo” qualcosa. O commentiamo un post altrui. Il social network fondato da Mark Zuckerberg, e poi Twitter, Linkedin, Gmail (per citare i maggiori esempi), non sono altro che immensi depositi di dati, informazioni, tracce della personalità utilizzabili per un’infinità di scopi, in particolar modo commerciali.

Dal “mi piace” al “mi piaci”

Tutte le volte che, per passare il tempo o per gioco, facciamo un banalissimo test su Facebook, diamo il consenso a società terze affinchè accedano liberamente ai nostri dati, e spesso anche a farne l’uso che meglio credono. La Polizia di Stato ha spesso sottolineato il pericolo, tuttavia siamo sempre distratti, o semplicemente non curanti di cosa significhi esporsi ai rischi della Rete. Passiamo così da un apparentemente innocuo “mi piace”, al “mi piaci” che gli acquirenti di informazioni pronunciano, almeno idealmente, quando si accorgono di noi. Ovviamente, ciò che interessa e piace ai grandi gruppi che commerciano in big data è il nostro profilo di consumatori. E, ultimamente, la nuova frontiera del consumo è la politica.

La politica è un prodotto fra tanti altri

Il numero 1186 (gennaio 2017) del settimanale Internazionale presenta la traduzione di un articolo intitolato ‘La politica ai tempi di Facebook’, pubblicato poco dopo le elezioni americane sul settimanale svizzero Das Magazin, a firma di Hannes Grasseger e Mikael Krogerus. L’argomento centrale è l’utilizzo dei dati che lasciamo online da parte di società che vengono poi assoldate da partiti e movimenti politici durante le elezioni.

La vicenda prende le mosse dagli studi di uno psicologo polacco di nome Michal Kosinski, dottore di ricerca a Cambridge, il quale nel 2008 inventa un’app di Facebook chiamata MyPersonality, alla quale i singoli utenti possono accedere volontariamente per compilare questionari psicometrici incardinati su cinque parametri della personalità, in gergo big five: apertura mentale (openness), coscienziosità (conscientiouness), estroversione (extraversion), amicalità (agreeabelness), stabilità emotiva (neuroticism).

Successivamente, la tecnica si è affinata utilizzando proprio i “like”, le foto, gli status di Facebook, sesso, età, luogo di residenza ecc., che venivano regolarmente confrontati con i risultati dei test, per ottenere un ritratto sempre più fedele dell’individuo-utente. Più il modello si perfeziona, più Kosinski si rende conto delle potenzialità dello strumento. Risulta possibile prevedere altri aspetti del carattere e perfino anticipare le risposte dei soggetti su un gran numero di argomenti, fino a indovinare con sufficiente attendibilità la fede politica e l’appartenenza, per i cittadini americani, al partito democratico o a quello repubblicano. E poi sono arrivati gli smartphone, che hanno consentito di tracciare in tempo reale i nostri spostamenti…

Il punto decisivo è creare un motore di ricerca di persone

Kosinski, che mantiene una mentalità da scienziato sociale, ben presto capisce che “non solo si possono creare profili psicologici a partire dai nostri dati, ma questi dati possono anche essere usati per ricercare categorie specifiche, per esempio tutti i padri ansiosi, tutti gli introversi arrabbiati o tutti gli elettori democratici indecisi”.

Ma se lo psicologo polacco avverte il pericolo insito nello strumento, tentando di isolare e legittimare il metodo dentro una cornice specificamente accademica, non tarda ad inserirsi nella questione un personaggio particolare, Aleksandr Kogan, professore associato e ‘portavoce’ di un’azienda alquanto misteriosa, la SCL, casa madre della Cambridge Analytica, specializzata nel trattamento dei big data. Kogan entra in possesso degli strumenti di misurazione, e quindi delle tecniche, sviluppate da Kosinski. L’articolo descrive così il core business di Cambridge Analytica: “un marketing politico di tipo innovativo, detto microtargeting, fondato sulla misurazione della personalità degli elettori in base alle loro tracce digitali”. Alexander Nix, l’amministratore delegato, afferma che la sua azienda ha elaborato “un modello per individuare la personalità di ogni singolo adulto negli Stati Uniti”.

Brexit e Trump: il salto di qualità

Cambridge Analytica lavora prima per Nigel Farage, poi per Ted Cruz, candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti, infine per il neoeletto Donald Trump. Con esiti sempre favorevoli alla causa (Ted Cruz ha perso ma ha riscosso un successo inaspettato, risultando l’unico avversario di Trump per molti mesi di campagna elettorale).

L’azienda di Nix ha negato sia di usare dati da Facebook, sia di aver avuto rapporti con Kosinski, sia, soprattutto, di aver fatto pressione su determinate categorie, in particolare gli elettori di colore, affinchè non andassero a votare per Hillary Clinton. Tuttavia, uno dei metodi ampiamente sfruttati da Trump è stato l’uso mirato dei dark post, inserzioni sponsorizzate che compaiono solo a determinati utenti della Rete sotto la forma di vere e proprie notizie, che notizie non sono. La perfetta esemplificazione del microtargeting: durante la recente campagna è stato trasmesso un video in cui Hillary Clinton definisce i maschi neri “predatori sessuali”, visibile solo a individui dai profili specifici e in alcuni distretti delicati dove il voto degli afroamericani risulterà poi decisivo, un fattore dirimente in uno swinging state multirazziale come la Florida, poi vinto, guarda caso, da Donald Trump.

Se guardiamo agli elettori repubblicani, anche qui, come ammesso dallo stesso Alexander Nix, è fondamentale differenziare i messaggi: si tratta di elettori di destra fanatici della sicurezza, nel lessico dei big five “persone fortemente nevrotiche e coscienziose”? Gli si mostrano immagini ad hoc di furti in casa e, in associazione ad esse, simboli, foto, slogan centrati sulla “sicurezza rappresentata da un’arma”. Si tratta di elettori conservatori anziani, classificati come “chiusi e disponibili”? Meglio legare l’immagine delle armi ad altre, richiamanti un vago tradizionalismo, come la caccia alle oche, magari con un bambino preso per mano… Secondo l’articolo di Das Magazin, per concludere, Donald Trump “è diventato lo strumento per l’applicazione di un metodo”. Benvenuti nella politica del XXI secolo.

Continua a leggere la seconda parte dell’articolo…

ALEXEIN

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