Per sintetizzare: l’utilizzo dei social network, le nostre transazioni online, ogni traccia lasciata in Rete diventa un indizio che porta a noi, alla nostra identità, al nostro profilo di cittadini, consumatori ed elettori. E’ capitato a tutti di navigare in internet e di vedersi comparire pop-up pubblicitari, piccoli banner a lato delle pagine, perfino di ricevere e-mail contenenti prodotti ed offerte in linea con un like o con una ricerca precedentemente effettuata con il motore di ricerca per eccellenza, Google. Ma c’è di più. xxi secolo xxi secolo

Il campo scivoloso della post-verità

Sempre Internazionale ha tradotto, nel numero 1182, un articolo del The Washington Post, a firma di Terrence McCoy, dal titolo ‘Guadagnarsi da vivere pubblicando notizie false’. E’ la storia di due ragazzi sotto i trent’anni, Paris Wade e Ben Goldman, che nel giro di sei mesi sono passati dallo status di camerieri disoccupati a quello di influencer grazie ad un sito, libertywritersnews.com, che “nel mese di Ottobre [2016] ha ottenuto trecentomila like su Facebook”, grazie al quale hanno guadagnato tanti soldi “da sentirsi a disagio a parlarne”. I giornalisti del Washington Post definiscono gli articoli di Wade e Goldman, tutti rigorosamente pro-Trump, inneggianti alla Patria americana e anti-globalizzazione, “un miscuglio di opinioni, allusioni e pettegolezzi”.

“ABBASSO I GLOBALISTI” (proprio così, in maiuscolo) è uno dei loro gridi di battaglia virtuali che trovano poi applicazione nella realtà dei fatti. Le “menzogne” di Hillary sono un must di destra da cavalcare. L’identità “ibrida” e “infida” dell’ormai ex Presidente Barack Obama (è veramente americano? Dov’è nato? E’ musulmano? E’ socialista?), un filone inesauribile da spacciare ai lettori/elettori.

Gli altri candidati repubblicani, bollati come traditori del vero spirito a stelle e strisce, che solo Trump incarna perfettamente. E così via, in un delirio di informazioni non-verificabili che fornisce però una linea narrativa in cui molti americani si riconoscono, per dare un senso – per quanto grottesco e distorto – agli avvenimenti politici e ai fatti della propria vita, tutti lontanissimi dal cosmopolitismo liberal che per loro è un modello antropologicamente marziano.

“Sarebbe il momento perfetto per aprire un giornale di sinistra… In questo momento a sinistra c’è moltissima rabbia… Potrebbe fare più traffico di questo sito” avrebbe detto Goldman (sempre secondo quanto riportato dall’articolo del Washington Post). Sembrano abbastanza chiari i programmi dei due blogger che, a seconda di dove tiri il vento, sfruttano la rabbia per passare poi all’incasso. La post-verità è un credo che porta soldi. xxi secolo xxi secolo

Il rischio del determinismo tecnologico

Gli articoli precedentemente riportati, sommariamente riassunti nei loro punti-chiave, ci servono per introdurre quelli che saranno temi ricorrenti nelle prossime indagini di Capethicalism: il rapporto tra tecnologia e libertà, il ruolo dei social network nel dibattito pubblico, la riduzione dei cittadini al rango di consumatori controllabili e indirizzabili, il crollo del Welfare State a favore dei servizi offerti dalle grandi multinazionali, dove giocano un ruolo fondamentale i colossi della Silicon Valley.

Pochi di noi rinuncerebbero alle comodità di un mondo interconnesso, tuttavia, se può allettarci l’idea che un giorno, presumibilmente vicino, l’impianto elettrico di casa possa comunicarci in tempo reale il livello di consumo e “suggerirci”, magari a voce, le misure per risparmiare, ben più inquietante è l’ipotesi di un “internet delle cose” che ci porterà in casa un’infinità di messaggi, come esortazioni sul look più appropriato rispetto agli impegni giornalieri, probabilmente sullo specchio smart del bagno, o consigli per gli acquisti fin dentro il frigorifero. Le nostre preferenze ci chiuderanno in una bolla di offerte economiche e politiche calcolate da un algoritmo onnipresente? Stiamo andando incontro ad un determinismo tecnologico? Saremo in grado di preservare l’autonomia di giudizio ed il gusto della scoperta?

Affinchè non tutto sia disponibile

E’ arrivato il momento di impegnarsi, di pensare a tesi filosofico-politiche che professino l’indisponibilità dei nostri dati, quantomeno di quelli più sensibili, e di verificarne le possibilità di applicazione. Riprendendo il titolo di un’opera di Carl Schmitt, è giunta l’ora di fuggire dalla “tirannia dei valori”, laddove con questa espressione denunciamo la tendenza a convertire in pecunia e profitti di vario tipo le informazioni sulla nostra vita, che offriamo con troppa disinvoltura agli squali della Rete.

E’ possibile qualificare, anche giuridicamente, un campo di neutralità dove la nostra umanità non sia valutabile, ovvero convertibile in termini economici, da nessuno? Sfide della politica del futuro, anzi del presente, da cui il pensiero non si può più sottrarre, se vogliamo dare forma ad una nuova sfera pubblica non deformata da messaggi dirompenti e se intendiamo immaginare un orizzonte di cittadinanza in cui la consapevolezza di sé ed il dialogo svolgano ancora una funzione di indirizzo delle scelte individuali e collettive.

ALEXEIN

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