È da poco terminato anche quest’anno il Festival della Filosofia, che come tutti gli anni viene organizzato nel triangolo Modena – Carpi – Sassuolo. Come nelle scorse edizioni sono stati numerosi gli ospiti che sono intervenuti e le iniziative collaterali: tra le varie lectio magistralis ci interessa riportare alcuni contenuti del discorso del professor Severino che si è espresso sulla questione della tecnica nel suo percorso che va dal passato remoto dell’umanità fino agli scenari futuri.

Per chi non lo conoscesse, Emanuele Severino è uno dei massimi pensatori italiani ancora in vita: è stato uno dei fondatori della facoltà di lettere e filosofia alla Ca’ Foscari di Venezia e tra i suoi allievi si possono trovare nomi come Umberto Galimberti o Salvatore Natoli. Come prevedibile durante il suo intervento piazza Grande era gremita di persone di ogni età, anche Capethicalism era presente perché l’argomento trattato dal professore possiede una forte pertinenza con la problematizzazione critica del capitalismo come fine (alla fine dell’articolo il senso di queste ultime parole sarà più chiaro).

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La tecnica e il ribaltamento mezzi-fini

La centralità della tecnica per l’essere umano è oggi sotto agli occhi di tutti ma – in contrasto con ogni opinione contraria – in realtà la sua presenza non è solo un fenomeno accessorio degli ultimi secoli che parte dalla rivoluzione industriale bensì un fatto arcaico che fa tutt’uno con la storia dell’umanità e con l’essenza più intima della natura umana.

Per come la conosciamo oggi la tecnica appare prima di tutto come strumento che trova la sua massima finalizzazione nell’incremento del capitale. In realtà fa notare Severino, al termine del suo discorso, che anche questa concezione è ormai superata. Prima di arrivare a questo finale anticipato, però, fa notare che tutto il percorso della tecnica – fino a giungere a quella concezione di tecnica che permea la realtà ipertecnologizzata – fonda le basi del suo processo in un continuo scambio tra mezzi e fini. Il cambio mezzi fini implica che ciò che è stato uno strumento per ottenere qualcosa, ad un certo punto si sia tramutato nello scopo da ottenere e, viceversa, che talvolta ciò che è stato inizialmente pensato come finalità, sia mutato in altre circostanze in strumento per altro. Questa è la grande dialettica millenaria che ha accompagnato l’uomo nel compimento del trionfo della tecnica.

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I ribaltamenti arcaici della tecnica

Tra i primi ribaltamenti di mezzi col fine (che Severino riporta come alcuni esempi della storia umana) abbiamo – partendo dalle società preistoriche – il ribaltamento tra matriarcato e patriarcato. In origini arcaiche pare che le prime forme umane fossero matriarcali, marcate da un rispetto ieratico nei confronti della donna come fonte “generatrice e nutritiva” del clan. La sacralità matriarcale era concepito come elemento finalizzante di queste società da preservare e da temere; con la divisione del lavoro tra caccia e conservazione del fuoco e della prole è possibile che la lega maschile abbia successivamente attuato quel ribaltamento verso il patriarcato in cui l’elemento femminile da “scopo” si sia trasformato in “mezzo” per la garanzia della continuità della specie.

Un secondo esempio viene ripreso dall’evolversi del pensiero cristiano, passando da un dio come mezzo a dio come fine. In una fase iniziale (similmente all’elemento matriarcale delle epoche neolitiche) dio rappresentava ciò a cui rivolgersi per scongiurare le sciagure, era quindi un mezzo per il raggiungimento di finalità umane. Ma un dio che è strumento dell’umano è una divinità debole in cui il soggetto forte è rappresentato dall’uomo che usa dio come mezzo. Da questa posizione si è giunti quindi alla definizione di un dio onnipotente che diviene finalità e modello alla quale tendere, riassumibile nella formula “sia fatta la tua volontà”.

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Un chiarimento sul significato filosofico di “tecnica” severino

Si potrebbe obiettare che questi primi due esempi esulino dall’ambito della tecnica. Questo però dipende dal significato e dalle rappresentazioni implicite che vengono attribuiti al termine “tecnica”: da un punto di vista filosofico questo termine può ricondurre a suo cospetto tutta una serie di comportamenti umani che necessitano di uno strumento creato per la realizzazione di fini. Non ha importanza se questi strumenti siano tecnologici come una leva, una clava o una ruota per compiere delle azioni o solamente simbolici come una credenza o dei miti per scongiurare la malasorte o per creare una sorta di “collante sociale”.

In un’accezione filosofica è tecnico tanto lo strumento materiale quanto quello simbolico-linguistico. Se poi si volesse approfondire la questione ci si accorgerebbe anche che i due tipi di mezzo, strumentale in senso stretto o simbolico, non sono estranei l’uno all’altro ma si implicano nella propria genesi reciproca. Come dire – banalizzando – che non si sarebbe data tecnologia senza pensiero simbolico né si sarebbe dato pensiero simbolico senza il lancio della prima pietra.

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I ribaltamenti dell’uomo moderno

Proseguendo con gli esempi di Severino ci avviciniamo sempre di più all’accezione in uso oggi di tecnica come sempre più (erroneamente) identificabile come sinonimo di “tecnologia”.

Secondo Aristotele la ricchezza era il mezzo per potersi dedicare ad una vita di conoscenza, quindi il presupposto di essere uomini liberi e abbienti e non schiavi o poveri era la premessa, il mezzo, per poter coltivare una vita dedita al pensiero conoscitivo, filosofico. Salta all’occhio immediatamente come nei secoli si sia sviluppato attorno a questa questione che è radicalmente ribaltato al giorno d’oggi. Per noi oggi la conoscenza (che si declina sempre più come conoscenza, iperspecifica, tecnica, settoriale) è il mezzo per raggiungere una condizione di benessere materiale che è diventato il fine degli sforzi.

Questo paradigma si attua in forma compiuta con l’industrializzazione in cui gli strumenti che sono sia macchine che patrimonio conoscitivo, vengono usate nella forma economica del capitalismo come mezzi per incrementare la quantità di denaro possedibile. Come osservava Marx anche questo traguardo è figlio di un ribaltamento precedente: si è passati dalle società mercantili in cui il denaro era strumento per acquisire più merce usando come mezzo il denaro, ad un’economia in cui il capitale iniziale usa dei mezzi per incrementarsi diventando esso stesso il fine dell’azione.

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L’ultimo ribaltamento del presente

Si potrebbe dire che con l’avvento del capitalismo si sia raggiunto l’apice del discorso sulla tecnica e del suo incremento, apice in cui questa diventa il motore fondamentale per l’aumento incondizionato e crescente di profitto. Proprio a questo punto Severino ci conduce ad osservare che in realtà anche questo momento si presta ad un ulteriore superamento. Là dove il superamento del capitalismo avviene è proprio nella tecnica. Oggi l’universo globalizzato si configura come formato da una costellazione di colossi (superpotenze, multinazionali, giganti dell’informatica) in cui ognuno agisce nei confronti del contesto formando dei campi di forza dinamici ed interattivi. In questo scenario succede che la finalità non sia più rappresentata dall’incremento del capitale, ma che la partita si giochi proprio su una competizione indirizzata al superamento dei propri avversari sul piano della tecnica. La corsa agli armamenti è solo uno degli esempi più lampanti. Il nuovo paradigma che va profilandosi è l’affermazione di un ulteriore, ultimo ribaltamento di mezzi e fini: il capitale da fine muta in mezzo e l’incremento di un apparato tecnico sempre più potente diventa la finalità necessaria per poter resistere allo scenario globale.

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